MANIFESTO
Ci sono periferie spaziali, temporali, geografiche, storiche (addirittura “preistoriche” come ci ricorda Pablo Echaurren abbracciando la causa persa dei Neanderthal), economiche, di genere, anagrafiche (i giovani e le “fragilità adulte”), esistenziali. Periferie legate alle condizioni di salute (reali, o generate dal confronto con un corpo normodotato definito a priori). Le periferie di specie (i non umani), e più in generale quelle ecosistemiche. Tutte queste condizioni sono spesso accolte nell’insieme “periferia” in termini di mancanza, sotto il segno “–” Quartieri dormitorio (dove si va solo a dormire, ma manca tutto il resto), penuria di infrastrutture, carenza di lavoro, perfino assenza di colore (le periferie sono grigie, anche da qualche anno, a dire il vero, sono il regno della street art commissionata).
Se da una parte è innegabile che i margini spesso facciano il paio con la marginalità, è anche vero che non sono poche le accezioni negative che nascono dall’opposizione paradigmatica centro/periferia, vale a dire da una idea di città che si duplica nel suo contrario. È indubbio che i centri giochino un ruolo di primo piano nella creazione della periferia (sotto forma di forze espulsive nei confronti della popolazione più povera, ma anche nell’immaginare soluzioni alloggiative concentrazionarie che non contemplano alcuna forma di mixité, determinando il destino di progetti architettonici e di edilizia pubblica, di fatto condannate a diventare delle enclave); come pure nello stigma che accompagna territori e quartieri definiti socialmente, legalmente e urbanisticamente irrecuperabili, entrati nell’immaginario collettivo (anche di chi li abita, determinando non di rado sentimenti di vergogna e forme di reazione come l’orgoglio coatto) grazie a una narrazione mediatica che non sempre riesce a nascondere classismo ed esclusivismo culturale.
La pars construens del discorso è quella rappresentato dalle opportunità che il restare sui bordi della fiumana del progresso può offrire. Sembra una magra consolazione, visto che di fatto si tratta di un nuotare o affogare. Ma in un mondo governato da un Capitalismo che si è fatto forza geologica, se ci sono luoghi dove immaginari divergenti e sperimentazioni controcorrente possono svilupparsi, quelli sono proprio i territori ancora non attenzionati dalla finanza e dalla speculazione. In questi contesti possono apparire e crescere esperienze come quella di Metropoliz, occupazione abitativa illegale protetta dal suo museo di arte contemporanea. Quando l’antropologo francese Marc Augé visitò il MAAM lo definì un “superluogo”. «La mia visita di oggi è stata un’esperienza unica, straordinaria. È la prima volta che vedo un luogo di questo genere, un luogo così ricco di opere d’arte, un luogo in cui l’arte protegge e accoglie gli esclusi».
Emblematica anche la scritta “Dateci un museo” apparsa misteriosamente su una delle vele di Scampia. Le periferie che non chiedono solo strade meno dissestate e case senza infiltrazioni, che non si accontentano dell’ennesimo campo da calcetto come proposto dal modello Caivano, ma reclamano un museo! Sì, perché un altro errore in cui cadono anche coloro che non si sono ancora convertiti al mors tua vita mea e all’idea che per le “vite di scarto” di cui parlava Bauman non ci sia che la rottamazione, è quello di pensare che la vita sia fatta solo di bisogni primari da soddisfare e che tra questi bisogni non ci sia la bellezza, la musica, la poesia, l’arte. Dimenticando che tra i bisogni hanno un ruolo di primo piano anche i sogni.
Di sogni che si realizzano vuole parlare questa edizione di Iperfestival, di progetti che guardano alla Luna ma con i piedi ben piantati per terra, di vittorie, anche, per- ché è ideologica e fuorviante l’idea che ritiene che chi abbraccia una buona causa debba inevitabilmente finire per appartenere alla schiera dei “vinti”. Queste sono sto- rie esemplari, edificanti, che ci dicono che non tutto è già scritto, e che un’altra strada è sempre percorribile.
Giorgio De Finis
